L’arte senza tempo di Vincenzo Lipari

Il nuovo progetto artistico di Vincenzo Lipari  si chiama Ex-Ethica, una rielaborazione di immagini simbolo della cultura italiana. Il bisogno che avverte è liberare dal giogo cronologico icone dell’arte italiana e trasferirle nella propria visione della contemporaneità, utilizzando il disegno digitale. Questa è la poetica del nuovo lavoro di Lipari, le cui opere creano il proprio codice intimo, quel senso estetico che ci accompagna nella vita e ci lascia commuovere e sedurre da ciò che incrina le nostre staticità.

Uno studio di Lipari per il progetto Ex-Ethica

Le sue opere sono digitali, realizzate in box-led-plex, scatole luminose. “In questo spazio digitale sconfinato – scrive Nerina Monti nel testo critico sul sito www.lipariarte.wixsite.com/vincenzo -, in cui la trasparenza alfa è un valore cromatico, il bianco è intensità assoluta del colore, la luce materia e il nero l’assenza, Vincenzo scongiura la solitudine, e con un’etica del ricordo sua personale crea una raffinata contingenza sinaptica fra memoria e attualità”.

Uno studio di Lipari per una box-led-plex

Così, da queste scatole dense di giochi di luce emergono, come d’incanto, La Dama con l’ermellino, i Bronzi di Riace, Sofia Loren, un vulcano o magari un iris. Immagini archetipiche, che grazie al gioco grafico e di luci diventano patrimonio della quotidianità.

Vincenzo, che in più occasioni ha esposto a Venice Art al terminal San Basilio alle Zattere di Venezia, ci tiene a spiegare la sua visione di un’arte pop. “Vorrei celebrare il “concetto italiano” – racconta –, conservando il patrimonio del nostro paese, rinnovandone l’immagine e rendendola popolare”.

E’ come se Vincenzo avesse avuto tante vite, tutte all’insegna della ricerca. Prima con la cucina, poi con il restauro dei mobili, infine nella sua Station Gallery, meraviglioso locale sulla via Aurelia a Castiglioncello. “Questa è una casa arredata – spiega guardandosi intorno con orgoglio – e io ne sono il maggiordomo. La gestisco io, ma è di tutti. Indipendentemente dall’offerta gastronomica, l’accoglienza è data dall’ambiente. Penso alla Station come un’esposizione in itinere, grazie a opere d’arte, mobili particolari, oggettistica”.

Vincenzo Lipari davanti alla Station Gallery 923

La passione di Vincenzo per l’arte arriva da lontano. Da quel fascio di luce proiettato su un lenzuolo teso nella notte che lo ha affascinato quando ancora non aveva tre anni. “Sono originario di Campo Reale, vicino Palermo – dice – Quando ero piccolo c’è stato il terremoto nel Belice e noi eravamo sfollati in una specie di accampamento militare. Avrò avuto due anni e mezzo e ricordo ancora con emozione che una sera fu sistemato un grande telo nel buio dei campi. Cominciò la proiezione di un film in bianco e nero. Non rammento cosa fosse, ma ricordo che quell’allestimento, i colori, il contrasto tra l’oscurità e la luce inaspettata mi hanno impressionato per sempre”.

Lipari arriva in Toscana, con la sua famiglia, nei primi anni Settanta. “Ho passato la fanciullezza nel Senese – spiega – e di quel periodo ho ricordi bellissimi: le corse nei campi e le merende in cantina con i prosciutti appesi al soffitto. Quei colori e quei profumi sono per me il sinonimo della libertà. E poi c’era il contatto quotidiano con l’arte, visto che andavamo a pulire le pievi del ‘200. In quelle occasioni mi affascinava poter vivere in mezzo alla bellezza”.

Il video del Recupero artistico italiano di Lipari

Poi l’arrivo a Castelnuovo della Misericordia. Con sé porta un libro che gli aveva regalato la maestra di Colle Val d’Elsa: un testo di epica che gli rapisce mente e cuore. In quel periodo Lipari ha cominciato a dipingere, usando soprattutto pastelli a cera e matite. “Finita la scuola dell’obbligo – ricorda – avrei voluto iscrivermi all’istituto d’arte, ma era a Volterra e la mia famiglia non voleva che andassi così lontano”. Allora Vincenzo è andato a lavorare: per tre anni ha fatto i mercati, alzandosi alle 4 quasi ogni mattina, poi si è appassionato ai segreti della cucina ed ha lavorato con un restauratore di mobili. “Da allora sono convinto che il vecchio – spiega – debba essere recuperato e integrato con ciò che offre la contemporaneità”.

Dopo alcune esperienze come cameriere in locali della zona, nel 1999 ha aperto la Station Gallery 923, che dalle 19 fino a notte fonda accoglie chiunque sia in cerca di un posto dove sentirsi a casa.

Nel frattempo ha continuato a studiare, anche da autodidatta, prendendo lezioni da Pierpaolo Paneraj e Daniel Schinasi.

“Diciamo che adesso sono nella fase artistica b – sottolinea -, faccio opere usando quel che di positivo offre la tecnologia moderna. Disegno sul computer, dove posso miscelare i colori all’infinito senza dover attendere che le tele si asciughino per vedere il risultato. Gli strumenti che oggi sono a disposizione permettono un processo creativo veloce senza perdere la qualità”.

 Il prossimo desiderio di Vincenzo è far conoscere il suo “concetto italiano”. “Mi auguro di trovare un gallerista affidabile – termina – che possa diffondere l’idea alla base dei miei lavori”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto